MioGiornale

Voce marcata come ‘Santoro’

Mediterraneo instabile

Dicembre 12, 2007 · 1 Commento

Il nuovo sanguinario attentato di ieri in Algeria mi suggerisce una breve riflessione sulla crescente instabilità dell’area mediterranea. Frutto, a mio avviso, di una politica delle relazioni internazionali votata al “multilateralismo destabilizzante” (mi perdonerete il termine difficile), in primo luogo da parte degli Stati europei. Vedi la recente visita di Gheddafi in Francia, servita più che altro a Sarkozy per vendere alcuni dei suoi costosissimi Rafale. Vedi la lentezza della Ue rispetto all’annoso e drammatico problema della tratta di esseri umani che ha nelle coste nordafricane il principale “terminal” di partenza. E l’Italia che fa? Resta a guardare. Non abbiamo una politica estera “di area” da sempre e siamo troppo impegnati a seguire l’alleato americano fuori dal nostro naturale bacino di influenza. Consiglio la rilettura di questo libro.

Foto: © Euronews.net

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Un paese senza identità

Novembre 22, 2007 · Lascia un Commento

Questo è uno stralcio di uno degli ultimi articoli pubblicati dal Prof. Carlo Maria Santoro, il più grande studioso di scienza politica e relazioni internazionali che l’Italia abbia mai avuto. L’articolo completo intitolato “Politica estera e identità nazionale” è stato pubblicato nel luglio 2002 dalla rivista “Ideazione”. (leggi qui la versione completa).

Lo stralcio che ho inserito riguarda il tema dell’identità nazionale o meglio, della “non indentità” quale causa della storica debolezza del nostro paese nelle relazioni internazionali.

“L’Italia, che si è fatta per annessione grazie ad una eccezionale fortuna storica, non ha quindi mai acquisito quella vera legittimità che si basa sulla coscienza comune da parte della classe politica di una scala dei valori coerente su cui fondare la gerarchia degli interessi nazionali. Il peccato originale è dato da una sorta di “guerra civile” sempre latente (e talvolta esplosiva) che, fra alti e bassi, si trascinerà per oltre centocinquant’anni contrassegnando in negativo la storia della nazione. Lo dimostra a fortiori l’impossibilità fisiologica degli italiani e del sistema politico nazionale a stabilire un denominatore comune in cui tutti si riconoscano di fronte alle sfide esterne, nonché a definire i margini di una solidarietà reale nelle diverse contingenze della politica interna. Lo testimonia, a contrariis, la permanente sfiducia che anche gli alleati più stretti tendono a manifestare nei nostri confronti, considerandoci inaffidabili e spesso voltagabbana.

L’originaria discrasia fra “legalità” e “legittimità”, che è stato il carattere fondante della vita nazionale, non si è dunque ridotta con il passare del tempo. Non è stata superata durante la fase postrisorgimentale della monarchia annessionista, né con la prima guerra mondiale, voluta da una minoranza ma combattuta da tutti, ma neppure con il fascismo, che pure ha tentato retoricamente di forgiare gli italiani in un blocco compatto. Anzi proprio il fascismo, con il suo colpo di Stato legalizzato, ha fornito la controprova che questa carenza di legittimità, nonostante il Piave e Vittorio Veneto, non era stata colmata. Ma non c’è stato verso di fondare valori comuni neanche con la Prima Repubblica, che ha visto il paese diviso fra comunisti e occidentalisti, né con la Seconda che, negli ultimi dieci anni, ha ulteriormente lacerato i fondamenti della convivenza politica investendola con l’ondata di delegittimazione provocata dal “giustizialismo” e dalla dissoluzione comunista. Perfino in questi ultimi mesi, dopo la vittoria elettorale della Casa delle libertà, stiamo assistendo all’ennesima manifestazione di scarsa legittimazione reciproca delle forze politiche (si pensi a Genova e al G8), e alla divisione verticale che, al di là delle parole e delle mozioni, separa il governo dall’opposizione (a sua volta lacerata al suo interno) in materia di politica estera e internazionale, come dimostrano le ambiguità della sinistra nella lotta al terrorismo islamista. Ancora una volta affiora un’aspra inconciliabilità culturale fra l’anima giacobina, elitaria e frustrata, che si volta sempre più spesso in trasformista, e quella, già conservatrice o reazionaria, che si vede costretta – per forza di cose – a farsi liberale e modernista.”

Categorie: Italia · politica estera · storia
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